Giuco ‘97: a distanza di 25 anni il ricordo della nascita di una squadra inclusiva.

Il presente testo è già stato pubblicato su «domenicomassano.it», e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto.

Recentemente, il 18 ottobre 2022, è mancato Emilio, uno dei componenti del primo gruppo fondatore della Giuco ‘97. La sua memoria per me, oltre che ai momenti di allegria in compagnia e alle partite giocate insieme, è anche associata al ricordo di un altro dei fondatori, ossia di mio fratello Dodo (mancato a Capodanno del 1999), racchiuso in un’immagine in cui erano entrambi sorridenti. Un po’ la nostalgia, un po’ la voglia e il piacere di rievocare quei bei momenti, mi hanno spinto a ricordare la storia degli inizi di quella bella avventura insieme.

Un quarto di secolo, 25 anni sono ormai passati da quando nell’autunno del 1997 si ritrovò un gruppo di persone per dare vita ad un percorso sportivo, sociale ed umano per molti aspetti innovativo ed in anticipo sui tempi che chiamammo Giuco ‘97.

A quei tempi io ero un giovane volontario che da alcuni anni ormai prestava servizio all’interno della piccola Casa della Divina Provvidenza (meglio conosciuta come “Cottolengo”), prima presso la piscina per le attività riabilitative, poi, anche in forma residenziale, nella numerosa famiglia dei “Buoni Figli”, quella che si dice fosse la prediletta da Giuseppe Cottolengo, poiché vi erano le persone con disabilità che più necessitavano di assistenza. All’impegno nel sociale (che si è trasformato nel tempo, mettendo in discussione anche quelle prime esperienze, ma che è proseguito costantemente), affiancavo, compatibilmente con lo studio prima e il lavoro poi, una passione sportiva sia per il calcio, sia per le discipline di combattimento (lotta olimpica in particolare di cui sono ancora allenatore), sia per il torball di cui ero allenatore della squadra torinese per l’Unione Italiana Ciechi e per il CIP (che era il Comitato Italiano Paralimpico).

Erano anni in cui parlare di sport inclusivo era ancora un po’ un miraggio, l’informazione e la promozione erano quasi assenti e le poche esperienze presenti erano o in società per sole persone con disabilità oppure all’interno delle diverse istituzioni. Nell’estate del 1997 proprio in un campetto dentro quella grande istituzione che è il Cottolengo di Torino, si giocò uno di quei tornei calcistici che vedevano coinvolti operatori, volontari e seminaristi. Io mi trovai in squadra proprio con questi ultimi con il ruolo di regista, insieme al giovane seminarista Andrea in porta ed a un sorprendente Emilio come mezza punta che, nonostante la poliomelite, era capace di illuminanti passaggi filtranti. Il torneo andò bene, lo vincemmo, ma soprattutto ci divertimmo.

Ritrovandoci anche con altri amici dopo l’estate, in maniera abbastanza spontanea nacque l’idea di riproporre l’esperienza, uscendo dai confini dell’istituto ed intercettando le domande di quei giovani con disabilità, come Giuseppe, che sul territorio cercavano una squadra in cui realizzare il proprio sogno calcistico. L’obiettivo non era solo quello di creare un contesto sportivo, ma anche di lanciare un messaggio inclusivo che oltrepassasse i confini delle istituzioni e/o delle realtà per sole persone con disabilità, in una prospettiva che guardasse al domani, ad una società e ad uno sport realmente inclusivi in cui realizzare una naturale ed arricchente convivenza delle differenze.

Attorno a questa idea si costruì il primo gruppo con me, Andrea, Emilio, i miei fratelli Luca e Dodo, i seminaristi Emanuele e Massimo, gli amici Giovanni, Alessandro, Giorgio, Gaspare, Mario e altri che collaboravano a diverso titolo nella realizzazione del progetto. Si raggiunse così il numero di persone sufficiente a costituire una squadra “particolare”, in cui oltre ad Emilio entrava a far parte la giovane promessa Giuseppe, attaccante di peso capace di portare sempre il buon umore nello spogliatoio, nonostante un carattere in campo un po’ “scontroso”.

Un gruppo eterogeneo e giovane di laici e religiosi, di persone interne ed esterne al Cottolengo, con e senza esperienze nel sociale, con e senza disabilità, ma accomunate dalla stessa passione sportiva. Il nome scelto, Giuco ‘97, evocava da una parte il nome del Santo fondatore del contesto in cui avevamo condiviso l’idea e dall’altra, più che l’anno di incontro, una grande annata per i vini, il 1997 per l’appunto, che sovente accompagnavano i nostri incontri. La cifra identificativa del gruppo doveva essere l’apertura inclusiva: le diverse caratteristiche di ogni persona non ne avrebbero ostacolato il percorso sportivo insieme a noi, purché vi fossero passione ed impegno per scendere in campo insieme. Questa filosofia avrebbe contrassegnato anche tutte le altre attività che in quei primi anni sarebbero poi state avviate.

L’inizio, tuttavia, non fu all’interno del Cottolengo, forse troppo innovativa l’idea, forse troppe persone nuove e per lo più esterne per portarla avanti, forse bisognava esser prima sicuri che funzionasse, … non saprei di preciso per quale ragione, ricordo però che cercai un campo cittadino per allenarci con l’obiettivo di partecipare poi al campionato primaverile CSI. Le nostre scarse risorse finanziarie imponevano alcuni limiti nella scelta e l’opportunità più economica fu un campetto parrocchiale in corso Potenza, con una stanzetta senza docce come spogliatoio. A fine allenamento si raccoglievano le quote necessarie per coprire le spese di affitto, così come autotassandoci raccogliemmo i soldi per l’iscrizione al campionato, i palloni, le divise e per i costi del campo in casa (il più conveniente che trovammo, e che ovviamente scegliemmo, fu quello della Falchera). Non avevamo dirigenti, ci autogestivamo come potevamo, ma affrontavamo le partite con il supporto medico-sanitario di Ernesta, il calore di parenti e amici dagli spalti e, per l’intervallo, il the (“corretto” quando faceva freddo) dell’affezionata e prima tifosa Alide.

La prima partita la giocammo in casa ad inizio del 1998 e, nonostante alcune perplessità e resistenze degli avversari (che avremmo incontrato in molte occasioni in quei primi anni, così come alcune attestazioni di apprezzamento e condivisione), si giocò e terminò con un pareggio. Ma il risultato era relativo, perché quel che contava in quel giorno fu che al triplice fischio finale dell’arbitro tutti i piccoli dubbi che ancora potevamo avere erano stati fugati: ci eravamo divertiti ed avevamo dimostrato che si poteva fare. Il campionato proseguì poi con alterni risultati e lo chiudemmo a metà classifica.

Nel corso dell’estate successiva fui convocato insieme ad Andrea da un sacerdote cottolenghino incaricato di dirci che in quello che stavamo facendo si intravedeva lo spirito del Santo Fondatore e che avremmo potuto usare, per portare avanti ed ampliare le nostre attività, il campetto in terra e la palestra dell’Istituto. Questa disponibilità diede nuovo impulso al progetto che progressivamente si ampliò e che vide la costituzione formale e la registrazione della Giuco ‘97, di cui fui il Presidente per i primi anni, il 23 settembre 1998. Per promuovere e comunicare l’idea, nella speranza che altri potessero prenderne spunto e che fosse punto di partenza per la diffusione a tutti i livelli ed in tutti gli ambiti di una pratica sportiva sempre più inclusiva, qualche mese dopo (nel dicembre del 1998) usciva il primo numero del periodico “Giuco Notizie”, registrato presso il Tribunale di Torino al n° 5222 grazie alla disponibilità di Michelangelo, e stampato presso la tipografia dell’amico Massimo. Iniziarono ad arrivare anche diversi aiuti, contributi e sponsorizzazioni per le divise e tutti i vari materiali sportivi.

Alla squadra di calcio ad 11 si affiancò l’attività di palestra mista, con il coinvolgimento anche dei giocatori ciechi della squadra di torball che allenavo, e di lì a poco nacquero la squadra di calcio a 5 e quella giovanile di calcio a 7. Dall’ente di promozione sportiva CSI si passò ad iscrivere alcune squadre alla FIGC (Federazione Italiana Gioco Calcio), costituendo al contempo una nuova società collegata “Annata ‘97”, nel tentativo di mantenere prioritariamente l’attenzione sulla dimensione laica e non istituzionale del progetto. L’affermarsi di differenti prospettive, stava portando, infatti, al progressivo raffreddarsi degli entusiasmi iniziali per molti del gruppo fondatore relativamente ad un progetto che ormai sembrava esser stato assorbito dal Cottolengo, rischiando di chiudersi su alcune dimensioni caritatevoli, sicuramente importanti e presenti, ma che non lo esaurivano, e neppure ne avevano costituito la principale spinta iniziale, almeno per la maggior parte dei partecipanti. Forse la morte di Dodo, a fine 1999, che con la sua simpatia e la sua facilità ad entrare in relazione con gli altri in molte occasioni smorzava le distanze, oltre a colpire profondamente non solo me e Luca suoi fratelli, ma tutta la Giuco ‘97, rappresentò la china da cui il sogno che avevamo condiviso iniziò a scivolare via per prendere un’altra forma e avviarsi a diventare la valida società odierna, come testimoniato dagli ormai 25 anni di attività e dalla crescita di iscritti e squadre, ma che, tuttavia, senza quell’appassionato, a volte contraddittorio ma sempre spontaneamente aperto gruppo iniziale, non sarebbe mai nata.

Fu così che dopo le stagioni 1997/1998, 1998/1999, 1999/2000 e 2000/2001, i percorsi si separarono e buona parte del gruppo fondatore della Giuco 97 si allontanò, pur restando in rapporti amicali e proseguendo a coltivare il proprio impegno sportivo ed inclusivo in altri contesti. Ma questa è un’altra storia.

Mi fa piacere ricordare la Giuco ‘97 con le parole (che risentono degli anni in cui furono scritte) di uno dei primi volantini da distribuire ad un evento di promozione sportiva che si svolse sotto i portici di via Po a Torino:

“Questa associazione costituita e gestita da un gruppo di giovani è nata dall’esigenza di vivere l’attività sportiva in modo nuovo per far sì che tutti possano prefiggersi dei traguardi che non siano unicamente vincere. L’associazione sportiva Giuco ‘97 crede che si possano praticare differenti discipline e attività senza creare separazioni tra i soggetti cosiddetti “sani” e i “portatori di handicap”, qualora siano animati da una comune passione sportiva. Viene fatto tutto insieme in un modo originale, ma di sicura efficacia educativa ed anche sportiva. Infatti, molto può essere imparato da chi è capace di fare anche con mezzi diversi da quelli comuni. […] Siamo sempre alla ricerca di persone disponibili che condividano lo spirito originale che non poco si è scontrato ed ancora si scontra con le istituzioni, sempre legate ai vecchi stili e diffidenti nell’attuare concretamente quelle azioni tanto auspicate verbalmente ma assolutamente non sostenute nel concreto”.

L’idea della Giuco ‘97 è nata in un modo semplice, ritrovandoci insieme ed immaginando un sogno sportivo comune che nasceva da una naturale disposizione alla costruzione di un mondo più giusto ed a misura di tutti. A volte i sogni più belli per nascere non hanno bisogno di essere progettati, di essere ispirati spiritualmente o politicamente, di avere capitali o strutture, finché il sogno resta comune e riesce a sopravvivere a tutto ciò senza poter essere inquadrato in rigidi e rassicuranti, per quanto efficienti, schemi è generativo nella sua imprevedibilità.

Ricordo con piacere ed orgoglio quei primi mesi dell’autunno del 1997 ad allenarci la sera in uno scalcinato e scarsamente illuminato campetto di terra, in un contesto che faticava a credere in quel gruppo che, con il pallone tra i piedi, era alla coraggiosa e fiduciosa ricerca di qualcosa che ancora non c’era ed era da inventare.

Questa per noi è stata la Giuco ‘97.

Domenico Massano