Christian Guercio, si è tolto la vita nel carcere di Asti la sera del 29 dicembre 2025. Mercoledì 24 giugno, nel giorno in cui avrebbe compiuto 39 anni, tante persone tra amici, familiari e associazioni si sono ritrovati ad Asti davanti al murales che lo raffigura. Un momento di commemorazione e riflessione condivise. Di seguito l’intervento fatto come Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Asti.
Caro Christian,
nella giornata del tuo compleanno sono qui, insieme alla tua famiglia e alle tante amiche e ai tanti amici che continuano a portarti nel cuore, per celebrare una presenza che, in modi diversi, continua a esserci tra noi.
Non abbiamo avuto occasione di incontrarci prima, forse ci siamo incrociati in qualche appuntamento di Jungla Urbana, ma ho imparato a conoscerti attraverso le voci ed i ricordi delle persone a te più vicine. Oggi, quindi, ti parlerò a cuore aperto, perché penso sia un modo che avresti apprezzato e, in particolare, vorrei approfittare di questo momento per chiederti scusa. Scusa a titolo personale, ma anche a nome dell’istituzione che in un certo qual modo rappresento e, più in generale, della società di cui faccio parte per tutte le volte in cui non si è riusciti a vedere fino in fondo la sofferenza delle persone ed a prevenire tragici epiloghi. Tu ci hai sbattuto in faccia le nostre contraddizioni. Ci hai costretto a fermarci in una società che corre veloce, ma che troppo spesso ha smarrito la bussola dei valori e della responsabilità. Ci hai imposto di ascoltare un grido di dolore e giustizia che non può e non deve lasciarci indifferenti. La tua morte continua a interrogarci. Interroga certamente il carcere, le sue regole, le sue capacità e i suoi limiti. Ma sarebbe troppo facile fermarsi ai cancelli di un istituto penitenziario.
La tua storia ci obbliga a guardare prima, a guardare fuori. Ci obbliga a domandarci che cosa accade quando una persona porta un bisogno inascoltato, quando manifesta una sofferenza profonda, quando vive una fragilità psichica, una dipendenza, una condizione di emarginazione. Ci obbliga a chiederci se siamo stati capaci di vedere quella fragilità, di prendercene cura, di costruire una risposta diversa dall’abbandono. Per questo la tua vicenda non riguarda soltanto il carcere. Riguarda i vari servizi, la salute mentale, le dipendenze, il territorio, le istituzioni e, in fondo, l’intera comunità. Riguarda il modo in cui una società sceglie di stare accanto alle persone più vulnerabili.
Come Garante, incontro spesso persone che portano sulle spalle storie di sofferenza, disagio, povertà materiale e relazionale. E mi convinco sempre di più che il carcere non può diventare la risposta a tutto ciò che non siamo riusciti ad affrontare prima. Non può essere il luogo in cui confinare il disagio sociale, i bisogni inascoltati, le ingiustizie sociali, i diritti traditi, la sofferenza mentale, le dipendenze o la solitudine. Non può essere la discarica delle fragilità o delle questioni che la società non ha saputo o voluto accogliere.
Perché quando arriviamo a usare il carcere come soluzione a problemi che avrebbero bisogno di cura, ascolto, accompagnamento, sostegno e riconoscimento di diritti, abbiamo già fallito tutti un pezzo della nostra responsabilità.
Credo che questa sia una parte importante dell’eredità che ci lasci: l’impegno a non voltare lo sguardo dall’altra parte. La rabbia davanti alle ingiustizie. L’insofferenza verso l’indifferenza. La consapevolezza che la dignità delle persone non può dipendere dalla loro condizione sociale, dalle loro fragilità o dagli errori che hanno commesso.
Ma ci lasci anche qualcosa di più: una speranza.
Una speranza che vedo nel coraggio della tua famiglia, che ha saputo trasformare il dolore in una richiesta di verità e giustizia. Una speranza che vedo nell’impegno instancabile delle persone a te più vicine, delle tue amiche e dei tuoi amici che continuano a ricordarti e a tenere viva l’attenzione sulla tua vicenda. Una speranza che incontro nelle tante persone di valore che, dentro e fuori dal carcere, non si rassegnano all’idea che le cose debbano restare come sono.
Anch’io oggi ti rinnovo la garanzia di tutto il mio impegno. Con i miei limiti, certo. Con le difficoltà, gli ostacoli, il senso di solitudine e le inevitabili fatiche che questo compito comporta. Ma anche con la convinzione che il silenzio e l’indifferenza non possano mai essere una risposta.
Ti prometto che continueremo a ricordare che dietro ogni incontro, ogni pratica, ogni relazione, ogni fascicolo, ogni procedimento, c’è una persona. Una persona con una storia, con le sue sofferenze ed i suoi errori, ma anche con dei legami e dei sogni e, soprattutto, con una dignità che nessuna condizione può cancellare.
Prendendo spunto dalla tua passione per la musica, credo che il nostro compito, alla fine, sia proprio questo: provare a comporre una melodia giusta. Una melodia nella quale nessuna voce venga esclusa, nessuna sofferenza venga ignorata e nessuna fragilità venga considerata un peso di cui liberarsi. Una melodia capace di tenere insieme giustizia e umanità, responsabilità e cura, verità e speranza.
L’articolo 3 della nostra Costituzione affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Eppure troppo spesso quegli ostacoli diventano invisibili fino a quando non esplodono sotto i nostri occhi: la povertà, il disagio psichico, la dipendenza, la solitudine, l’emarginazione.
Quando questo accade e non siamo capaci di prendercene cura, il rischio è che il carcere finisca per diventare una discarica sociale, il luogo in cui vengono accumulate fragilità, sofferenze e problemi che avrebbero richiesto ben altre risposte. Ma il carcere non può sostituire la comunità, i servizi, la salute mentale, le relazioni di cura. Non può essere la risposta alla mancanza di risposte. Per questo oggi non siamo qui soltanto per ricordarti o per celebrare il tuo compleanno. Siamo qui per assumere un impegno. L’impegno a costruire una società più attenta, più giusta e più capace di riconoscere la dignità di ogni persona. Una società che sappia incontrare le fragilità prima che diventino abbandono. Una società che non si limiti a custodire, ma che sappia prendersi cura.
Se il tuo ricordo continuerà a interrogarci, a inquietare le nostre coscienze e a richiamarci alle nostre responsabilità, allora non sarà soltanto memoria. Diventerà un impegno collettivo. E forse sarà proprio così che riusciremo, tutti insieme, a comporre quella melodia giusta che ancora ci manca.
Buon compleanno, Christian.
Domenico Massano, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Asti